Le visite · mostra 2023 · stazione 16 di 27
Acqua
Se il castello ha resistito a tutti gli assedi, anche quelli durati anni, è perché aveva l’acqua. Davanti a te ecco «la fontana», una fontana vera (A).
L’acqua corrente vi veniva convogliata per mezzo de «li buxi» — in dialetto mesolcinese i busen — ovvero dei tubi di legno, e sgorgava dal canono (la cannella) di piombo. Da dove arrivasse non si sa: forse dal pendio antistante, secondo il principio dei vasi comunicanti, in una condotta di tubi in terracotta, ferro o legno nascosti nei muri.



L’acqua piovana veniva raccolta nel pozzo della rocca (B). Eugen Probst e altri pensavano di aver individuato vicino alla posterla un bagno: infatti un pavimento era coperto da uno strato di coccio pesto impermeabilizzante. Oggi si pensa fosse invece una cantina per il formaggio, in cui — per garantire sufficiente umidità — andava trattenuta l’acqua portata di tanto in tanto con un secchio, come si fa su certi alpi.



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Emilio Motta — Nato il 24 ottobre 1855 a Bellinzona da Cristoforo di Airolo e Matilde Balli, cresciuta a Roveredo, muore a Roveredo nel 1920. Dopo il liceo a Soletta studia ingegneria a Zurigo, ma ben presto i suoi interessi vanno alla storia, all’archivistica e alla numismatica: si occupa di storia svizzera e lombarda. Nel 1879 fonda il Bollettino storico della Svizzera Italiana; nel 1889 diviene bibliotecario della famiglia Trivulzio a Milano e nel 1902 viene incaricato dal Canton Grigioni del riordino degli archivi della Mesolcina e della Calanca. Considerato il padre della storiografia della Svizzera italiana e promotore dei musei storici di Lugano e Locarno, si impegna in tutti i modi affinché siano avviati i restauri del castello di Mesocco.

A metà Ottocento «il canono» era ancora in funzione? — Purtroppo lo sgombero della fontana avvenne troppo di fretta e senza prospezione geologica, per cui non sappiamo se sia stato ritrovato il «canono» di piombo. Da un articolo sulla Rezia del 1° dicembre 1923: «Dapprima bisognava scoprire la fontana del castello, giacché occorreva acqua per i lavori. Alcuni vecchi mesocchesi indicarono il punto preciso dove essi, cinquanta, sessant’anni fa, avevano bevuto alla sorgente; ma si cercò inutilmente. Allora si seguì il piano e la geologia della roccia, e presto fu messa allo scoperto la cisterna, nel punto più basso dell’area del castello. Si proseguirono gli scavi, passo per passo, e dopo poche settimane l’antico castello si rivelava nel suo reale, primitivo aspetto…» Nel piano disegnato da Probst nel 1898, in effetti, non si vedono ancora gli edifici coperti di materie, ma i muri della fontana sì.

Nell’edificio della fontana — Vi si trovavano: una lettiera con una bisaccia di foglie, una panca, una tavola, una cassa, una piccola tavola per le scodelle, un barile per far bere i cavalli, due truogoli, «un albio grande di larexo per recogliere l’acqua». Doveva dunque trattarsi di un piccolo locale, probabilmente aperto: su un tavolo le tazze, forse personali di coloro che abitavano il castello. Gli «albii» erano le due vasche in legno collegate da un canale; si può dedurre che il pozzo fosse semplicemente la riserva da cui si prelevava l’acqua per i vari usi nel castello.
Stato della pagina: agosto 2026 · Fonte: pannello 16 della mostra 2023 (fassung 17.8.2026); M. Bachofen 1925, Burgenarchiv Basel; A. Carigiet 2010.
