Le visite · mostra 2024 · pannello 4 di 16 · capitolo: Il mastio
Ricostruire
Voler ricostruire le fattezze di una torre edificata probabilmente intorno al Mille, smantellata dopo 500 anni ed esposta alle intemperie per altri 500 — basandoci su quanto rilevato dalle sue rovine, su qualche illustrazione, su qualche fotografia, su altre torri ancora esistenti, su pubblicazioni e ricerche, nonché su inventari di cinque secoli fa — potrebbe sembrare una velleità poco seria.
A guardar bene, però, ogni racconto storico funziona allo stesso modo: è un ricostruire vicende e situazioni passate basandosi sul poco che il passato ci ha tramandato, un’approssimazione condizionata dalle nostre conoscenze, idee, preparazione, inclinazioni e tecnologia. La qualità sta in realtà nell’orizzonte e nel percorso di ricerca. Nel nostro caso il valore aggiunto è stato il dialogo e la collaborazione fra gli enti che ci sostengono, gli specialisti, i membri del Consiglio del Centro e specialmente le e i giovani collaboratori.

La struttura
Sei piani, altezza dei locali variabile, in media 8 braccia — ovvero 4,80 metri; una solida copertura in grado di preservare la polvere da sparo dall’umidità; tra piano e piano solai massicci sostenuti da travature e ricoperti probabilmente da inerti; scale, piccole finestre e feritoie, forse alcuni sporti; probabilmente un sistema esterno a carrucole per sollevare i grandi pesi; almeno una latrina e almeno un camino, vista la presenza della stua citata. Il piano superiore serviva da vedetta, come prova la presenza di una campanella d’allarme.
Sporti
Con il termine sporto intendiamo una costruzione, un locale o un corridoio che sporge in aggetto sull’esterno dei muri perimetrali. L’inventario del 1503 non ne nomina; siccome però la torre era dotata di latrina, è ipotizzabile che almeno nella fase medievale ne esistesse uno, forse due. Per altri castelli fatti costruire dai de Sacco la presenza di sporti è stata constatata o ipotizzata: nella torre del castello Hohensax, eretto poco dopo il 1200, si notano chiaramente un’uscita voltata e i loculi delle travi dello sporto.

Un documento fondamentale: la fotografia del 1855
Un album del Museo nazionale svizzero di Zurigo conserva una fotografia del 1855 che presenta lo spigolo sud del mastio prima che crollasse. L’autore è Gaspard Roman, nato a Ginevra, figlio maggiore di Aimé-Philippe Roman, prima direttore e poi azionista della «Gros, Davallier, Roman e Cie» a Wesserling, settanta chilometri a nord di Basilea — una manifattura di «indiane», tele di cotone stampate o dipinte. Roman collabora con un famoso gruppo di fotografi pionieri soprannominati «i primitivi della fotografia», che mirano a elevare la dagherrotipia a nuova forma d’arte.
Nel 1855 Roman compie un viaggio in Ticino e in Mesolcina, portandosi dietro un carro con tutta l’apparecchiatura allora necessaria. Ci lascia un’opera che documenta aspetti perduti del paesaggio — i grandi noci tipici del paese di Mesocco di allora, la via Francisca, la strada carrozzabile — e il castello visto da nord, soprattutto i resti del mastio. L’originale potrà darci ancora più dettagli del profilo diroccato: indicazioni e ipotesi non solo sull’altezza del mastio, ma anche su quella dei singoli piani, su eventuali aperture e su come avvenne lo smantellamento.

Fin verso il 1860
Già all’inizio del Settecento il torrione ha perso la parte nord-orientale, come si constata sulla stampa di Scheuchzer. Tuttavia le mura restanti resisteranno fino oltre la metà dell’Ottocento, come dimostra la fotografia del 1855. Poi un fulmine provocherà la caduta dello spigolo fino ad allora conservato. Durante i lavori di sgombero e restauro eseguiti fra il 1923 e il 1926 sotto la direzione di Eugen Probst il mastio è stato in parte ricostruito: nella fotografia scattata durante i lavori sono ben visibili le parti chiare appena rifatte.
Approfondimento visivo (10 immagini)










Stato della pagina: agosto 2026 · Fonte: pannello 4 della mostra 2024. Bibliografia citata: A. Azzi 2023; J. Obrecht, «Die Bauuntersuchungen an Turm und Schildmauer der Ruine Hohensax», in: Mittelalter 2009/4, 135–160.
