Le vicende · epoca 2 di 14
Tec Nev
ca. 5100–4600 a.C. (5950 ± 110 BP) · Mesolitico recente, Castelnoviano
Alla Porta, nel luogo detto Tec Nev, i lavori per la costruzione della A13 portarono nel 1973 alla scoperta di uno dei complessi mesolitici più ricchi del versante sud-alpino: l’accampamento di cacciatori e raccoglitori che, quasi settemila anni fa, fecero di questo terrazzo a 730 m s.l.m. il perno dei loro spostamenti stagionali fra i laghi insubrici e i valichi alpini.
Sintesi con apparato iconografico tratta da: Philippe Della Casa, Mesolcina Praehistorica. Mensch und Naturraum in einem Bündner Südalpental vom Mesolithikum bis in römische Zeit, Bonn 2000.
Quadro 1 — Ubicazione

La serie di vedute del sito e della sua scoperta (ML 1.2): nella versione definitiva il cursore percorrerà le quattro immagini in dissolvenza, come nel modulo delle fasi costruttive.
Lo strato A con i reperti era sepolto sotto una massa di terra di sette metri di profondità. Questo notevole spessore della copertura è probabilmente dovuto al versante occidentale di Mesocco, costituito da gneis della coltre dell’Adula inclinati verso valle: in occasione di forti piogge si verificano smottamenti di terreno e bosco che raggiungono il piede del versante. La notte dell’8 agosto 1978 la terra e gli alberi del bosco della zona di Orsora, pur deviati in parte sulla A13, raggiunsero le case di Benabbia; il 21 giugno 2025 lo stesso fenomeno si è ripetuto a sud, in corrispondenza del riale Valascia a nord del castello.
Modelli di mobilità territoriale
I gruppi mesolitici di Tec Nev operavano all’interno di un sistema di mobilità territoriale stagionale programmata, che collegava le zone di svernamento presso i laghi insubrici con i territori di caccia e raccolta d’alta quota. Tec Nev, a circa 730 m s.l.m., fungeva da perno logistico intermedio lungo la direttrice verso il Passo del San Bernardino: da qui i cacciatori raggiungevano rapidamente i campi di caccia estivi situati fra i 1500 e i 2300 metri. Questo network socio-ecologico permetteva lo scambio costante di informazioni e materie prime fra i versanti nord e sud delle Alpi; il raggio d’azione dei gruppi superava i 50–100 km, a dimostrazione di una conoscenza capillare dell’ecosistema alpino. La posizione offriva inoltre un controllo strategico sui valichi e sull’accesso alle risorse minerali (cristallo di rocca).
Inquadramento cronologico e stratigrafico
Il Mesolitico di Tec Nev (i ritrovamenti sono stati fatti nel luogo detto La Porta) è documentato dallo strato culturale A, unità base della sequenza stratigrafica, che poggia direttamente sul substrato sterile di origine glaciale o su depositi eolici fini accumulatisi dopo il ritiro dei ghiacci. La cronologia assoluta è stata stabilita tramite la datazione al radiocarbonio (¹⁴C) di un campione di carbone vegetale (B-2382) prelevato al livello inferiore dello strato: il risultato di 5950 ± 110 BP, calibrato al 2σ, colloca la frequentazione fra il 5138 e il 4560 avanti Cristo — la fase finale del Mesolitico recente, detta Castelnoviano. Il sito si inserisce nel periodo Atlantico antico, dal clima appena più caldo dell’attuale e umido. Fra la fine di questa fase e le successive tracce del Neolitico finale o dell’Età del Rame esiste uno stacco temporale di oltre due millenni.

Quadro 2 — Il deposito antropico
Lo strato A è stato identificato su una superficie di circa 275 m², con uno spessore fra i 20 e i 40 cm. Il sedimento appare di colore scuro, da bruno-nero a nero, per l’alta concentrazione di sostanza organica decomposta e micro-carboni; le analisi sedimentologiche indicano un graduale accumulo in situ in un ambiente geomorfologicamente stabile. Il contenuto di fosfati risulta elevato nelle aree di maggiore calpestio, a conferma dell’intensità delle attività umane; l’acidità dei suoli alpini ha invece impedito la conservazione dei resti ossei non calcinati. La copertura degli strati superiori ha garantito l’integrità del deposito, preservandolo dai processi erosivi moderni.

Quadro 3 — L’industria litica
Lo strato A comprende 3993 oggetti in pietra ed è quindi uno dei complessi più ricchi del versante sud-alpino. La lavorazione si concentrava su due materie prime: la selce (57% dei manufatti) e il cristallo di rocca (43%) — quest’ultimo, pur meno numeroso, con una massa totale superiore (170 g contro 135 g). Gli scarti di preparazione costituiscono il 91,9% del totale, gli strumenti finiti l’8,1%: un dato che qualifica Tec Nev non solo come luogo di sosta, ma come vera officina di produzione litica, con una strategia economica basata sull’integrazione di materiali locali e d’importazione.

Quadro 4 — Provenienza e tipi di selce
Le analisi petrografiche classificano la selce in tre gruppi: Radiolarite (I), Radiolarite sensu lato (II) e Flysch (III); la radiolarite del gruppo Ia, traslucida e giallo-marrone, è la varietà qualitativamente superiore. In Valle Mesolcina non esistono giacimenti naturali di selce: tutto il materiale fu trasportato intenzionalmente dai gruppi umani, con provenienza localizzata con certezza nell’area insubrica del Varesotto (formazioni mesozoiche del Biancone, della Maiolica e del Rosso Ammonitico). Il trasporto avveniva probabilmente sotto forma di piccoli nuclei pre-formati, per minimizzare il peso; la lavorazione finale si svolgeva presso l’accampamento.

Quadro 5 — Il cristallo di rocca
Il cristallo di rocca è una risorsa locale abbondante, reperibile nelle fessure idrotermali delle rocce metamorfiche. Gli artigiani mesolitici selezionavano esclusivamente le parti ialine e prive di fratture; la maggiore fragilità del quarzo rispetto alla selce spiega l’altissima percentuale di scarti minuti e la difficoltà di ottenere lame regolari. Il materiale fu impiegato con successo per grattatoi e armature microlitiche; il suo sfruttamento sistematico rappresenta un adattamento tecnologico specifico all’ambiente montano. Nelle epoche successive l’uso del cristallo di rocca diminuisce drasticamente a favore della sola selce.

Quadro 6 — La tecnologia della scheggiatura
È documentato l’uso della percussione indiretta e della pressione, tecniche che garantivano maggiore controllo sulla materia prima. I nuclei hanno forme prevalentemente ovali, irregolari o coniche; molti nuclei in selce mostrano uno sfruttamento intenso e prolungato, mentre quelli in cristallo di rocca riflettono una lavorazione più casuale. La distribuzione degli scarti evidenzia aree specificamente dedicate alla lavorazione; le dimensioni dei nuclei sembrano attenersi a standard prefissati.

Quadro 7 — Gli strumenti
Gli strumenti ritoccati ammontano al 6,0% della produzione complessiva. La categoria più numerosa è quella dei grattatoi (34,1% degli strumenti finiti), con fronte convessa su lama o scheggia spessa, ottimale per la lavorazione delle pelli; presenti anche bulini e perforatori per incidere e forare osso o corno. La disposizione dei segni di usura suggerisce che molti strumenti fossero inseriti in manici di legno o osso. Sono state rinvenute anche due «pietre da lavoro» con tracce di levigatura, molatura e uso come incudini.

Quadro 8 — I microliti e l’identità culturale
Le armature microlitiche, pur rappresentando solo lo 0,7% dell’insieme litico (29 esemplari), sono gli indicatori culturali più significativi. I trapezi (20,7% dei microliti) sono fossili-guida del Mesolitico recente o Castelnoviano; triangoli isosceli e scaleni (24,1%) mostrano continuità con la tradizione sauveterriana. Le armature erano fissate ad aste di legno con collanti naturali come la pece di betulla, per formare efficaci strumenti da caccia. La distribuzione spaziale dei microliti, spesso associata ai focolari, indica attività di manutenzione e riparazione delle attrezzature.


Quadro 9 — L’organizzazione dello spazio
L’accampamento era organizzato in modo funzionale, con aree distinte per le attività domestiche, artigianali e di sosta. La fossa GA 2, ovale irregolare con un diametro di circa 3,4 metri, conteneva un’altissima densità di resti di lavorazione; nove aree circolari con concentrazioni di carbone (KA 1–9) erano probabilmente postazioni per tende, e i buchi di palo (PA 1–2) confermano l’uso di sostegni verticali per strutture abitative leggere. La sistematica organizzazione degli spazi qualifica il sito come accampamento di base di piccoli nuclei familiari.


Quadro 10 — I focolari e l’uso del legname
La gestione del fuoco era centralizzata in strutture permanenti, di cui il focolare FA 2 è l’esempio meglio documentato: un’incavatura nel terreno profonda circa 15 cm, delimitata da pietre e ricolma di cenere. La legna era soprattutto di abete bianco (Abies alba) e ontano (Alnus); anche il nocciolo (Corylus avellana) era già presente ai margini dei boschi. I focolari erano centri della vita sociale e servivano sia per cucinare e riscaldarsi, sia per la produzione tecnologica, come il riscaldamento della selce; nei loro pressi rari frammenti di ossa calcinate testimoniano pasti comunitari.


Quadro 12 — Economia di sussistenza e ambiente
Fonti di sostentamento erano la caccia, la pesca (trote), la raccolta sistematica di frutti, bacche, funghi e vegetali spontanei e la predazione di miele. Sebbene i resti faunistici siano scarsi, analogie regionali indicano il cervo, lo stambecco, il camoscio e la marmotta come prede principali; la raccolta del nocciolo, facilmente conservabile per i mesi di carestia, forniva un apporto essenziale, e la presenza di pollini di vite selvatica (Vitis) suggerisce il consumo di frutti zuccherini delle zone umide di fondovalle. Grazie al clima caldo dell’Atlantico antico la foresta arrivava a quote molto elevate; l’impatto della popolazione sulla vegetazione era limitato a piccole radure attorno agli accampamenti. Il Mesolitico di Mesocco rappresenta un esempio di perfetta simbiosi adattiva fra una popolazione e il suo ambiente naturale.

Stato della pagina: agosto 2026 · Testo e illustrazioni secondo Philippe Della Casa, Mesolcina Praehistorica, Bonn 2000.
